MAGISTRATURA AL VELLUTO ROSSO E COL PUGNO ALZATO. CAP. 3

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“Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza.”

Questa è la frase di rito prevista dall’art. 497 del codice di procedura penale. Il teste la pronuncia prima di essere escusso.

Ed è così che con questo mio nuovo articolo vorrei trasportarvi con la fantasia in un’ipotetica aula di tribunale. Vorrei che voi tutti per la prima volta in Italia, foste una giuria pronta a giudicare la condotta della magistratura italiana. In questo articolo in perfetto stile interrogatorio, io sarò un immaginario Pubblico Ministero (PM), la così detta “accusa” che rappresenta lo Stato per intenderci e porrò domande precise al teste.

Il dibattimento ha inizio!  

93-piero-tony-2Eccolo arrivare al banco il primo teste. Un uomo anziano, ben vestito e si percepisce che non è un uomo qualunque. Lui è un Giudice di Magistratura Democratica, un giudice di sinistra, una toga rossa. Che sia un pentito o meno poco importa. Ciò che a noi interessa è che sia pronto a dire la verità, tutta la verità, compresa quella più scabrosa riguardante la magistratura italiana.

Dica le sue generalità!

Dott. Piero Tony

Nato a Zara in Croazia il 3 giugno 1941.

Professione: sono stato sostituto procuratore generale di Firenze,  poi Presidente del tribunale per i minorenni della Toscana e da ultimo Procuratore capo di Prato

PM – Dott. Piero Tony, buongiorno, ci dica, lei era un iscritto di Magistratura Democratica?

“Si! Lo sono stato, ma ne sono uscito perché non posso più tacere.” ***

PM – Lei è consapevole che le sue rivelazioni scuoteranno l’intero sistema giudiziario italiano?

Si, ne sono consapevole e per tal motivo ho deposto la toga ben due anni prima della naturale scadenza della mia carriera giudiziaria. Sono anche consapevole delle ripercussioni personali che subirò per ciò che ho detto e scritto sul mio libro. La gogna giudiziaria non mi darà pace, ma altri ci sono passati prima di me. ***

PM – Ci racconti la sua esperienza all’interno del sistema giudiziario italiano e con particolare riferimento a Magistratura Democratica. La ascoltiamo molto attentamente.

Mi iscrissi a Magistratura democratica in un pomeriggio dei primi anni Ottanta, quando le correnti parevano serie aggregazioni culturali e non erano ancora diventate, come adesso, il simbolo di ciò che non è più serio nella magistratura.

PM – Spieghi meglio ciò che intende con la frase “il simbolo di ciò che non è più serio nella magistratura”

Un tempo, bisogna dirlo, le correnti erano necessarie. Tutti sanno cos’era la magistratura in Italia prima di quel caldissimo luglio del 1964 quando Magistratura Democratica venne costituita. Tutti sanno – credo – che quella dell’apoliticità della magistratura è una pretesa e basta, incompatibile con l’alta politicità di qualsiasi decisione giudiziaria.

PM – Lei sa bene che esiste un codice deontologico, dovrebbe conoscerlo bene.

Tutti continuano a sorridere, dopo quasi un secolo, per ciò che nel lontano 1925 proclamò in Parlamento il guardasigilli Rocco, quello del codice:

“La magistratura non deve fare politica. Non vogliamo che faccia politica governativa o fascista, ma esigiamo fermamente che non faccia politica antigovernativa e antifascista”.

PM – L’Apoliticità della magistratura non dovrebbe essere una pretesa, ma un dovere deontologico di ogni magistrato. Quindi perchè è successo? Era così necessario l’insediamento di certe correnti politiche all’interno della magistratura? 

Sì, un tempo le correnti erano necessarie. Poi, però, sono degenerate. Da luoghi di elaborazione culturale sono divenute ottusi centri di potere e ora fanno più danno della grandine. Non mi piace generalizzare perché, come sempre, c’è magistrato e magistrato, e ci sono modi diversi di far parte di una corrente e di sentirsi parte di un progetto. Ma è sicuro che un tempo le correnti rappresentavano soprattutto le differenti vene culturali della magistratura in relazione a quelli che allora, nello specifico, erano gli interrogativi di fondo. Giudice notaio o giudice garante? Interpretazione costituzionale o precostituzionale della norma? Attenzione ai fenomeni politici o terzietà olimpica? E così via…

PM – Oggi a suo avviso ci sono più giudici notai o giudici garanti?

“Oggi le correnti della magistratura hanno assunto un ruolo diverso e non si può proprio dire che siano lontane dalla compromissione politica.”

PM – Lei è stato un giudice di Magistratura Democratica, l’esserlo ha mai compromesso la sua imparzialità?

Mi iscrissi a Magistratura Democratica dopo titubanze e tentennamenti durati quasi quindici anni. Avevo poco più di quarant’anni ed ero sicuro, come molti altri, che mi sarebbe stato possibile – e così fu – essere un magistrato di Magistratura Democratica senza essere o apparire meno imparziale. Convinto, come molti altri, che per una persona di sinistra tale iscrizione non potesse avere che un motivo, almeno in via principale: garantismo e uguaglianza nei processi e impegno teso a rendere meno inermi i più svantaggiati. Perché proprio in quegli anni Magistratura Democratica l’aveva finalmente finita con la fissazione della lotta di classe – o almeno aveva avuto qualche piccolo ripensamento alla luce di quanto era successo e stava succedendo – e aveva virato verso quel garantismo di cui mi ero sempre sentito portatore.

PM – Dott. Piero Tony cosa l’ha spinta ad iscriversi a Magistratura Democratica?

Farne parte per me significava questo, mettere le mie forze, le nostre forze, al servizio di un progetto più grande. Al centro della nostra funzione doveva esserci l’attenzione alla persona, l’attenzione anche verso chi non era potente, l’attenzione verso tutti quei disagiati che, troppo spesso, restano di fatto indifesi nel circuito giudiziario. E in questa ottica di giustizia ci si proponeva, altresì e di conseguenza, di affinare sempre più gli strumenti investigativi al fine di colpire il “potere invisibile”, i grandi furbi, quelli dei piani superiori abituati a farla franca. Magistratura Democratica voleva essere questo: la richiesta di una giustizia costituzionalmente orientata che assicurasse ai deboli lo stesso rispetto, le stesse attenzioni e le stesse garanzie di solito riservati ai forti. Avendo un po’ in mente le parole di Anatole France: “La legge è uguale per tutti, vieta sia ai ricchi che ai poveri di dormire sotto i ponti”.

PM – Quindi le sue intenzioni dei tempi tutto sommato erano buone?

Ecco, le intenzioni erano davvero buone. Oserei dire… pie. Perché erano i tempi, sottolineo ancora, in cui le correnti venivano intese esclusivamente come luogo di aggregazione tra persone che la pensavano in modo omogeneo e si mettevano insieme per reagire alle forze considerate ingiuste e si confrontavano per far dialogare, far circolare alcune idee, alcuni progetti, alcune visioni del mondo. Ed erano i tempi, per capirci, in cui i ragazzi di sinistra, o almeno molti di loro, sentivano l’urgente bisogno di cambiare la cultura di una magistratura che pareva essere ancora, come durante il fascismo, solo uno strumento di conservazione al servizio dei dominanti, al servizio dell’establishment.

PM – Domanda – Come mai ci ha messo 15 anni per decidere di iscriversi a Magistratura Democratica?

Se avevo titubato per quasi quindici anni prima di aderire a Magistratura Democratica una ragione c’era, però. Perché, lo ripeto, dalla sua costituzione e per molto tempo l’ossessione della corrente era stata qualcosa che a me non interessava più di tanto:

“la lotta di classe di tradizione marxista e basta; magistratura come contropotere e scarsa attenzione alle persone.”

Qualche accenno su cosa avevamo appena vissuto?

PM – Prego ci dica pure, la ascoltiamo interessati. Magari ci parli anche dei collegamenti tra Magistratura Democratica e i gruppi terroristi delle Brigate Rosse.

Già nel lontano 1969 era avvenuto un passaggio chiave per il mondo di Magistratura Democratica. Una fase di assestamento che coincise con l’arrivo degli anni di piombo, quando l’organizzazione affrontò una scissione interna guidata dal magistrato Adolfo Beria di Argentine. “Si sosteneva che Magistratura Democratica si era legata troppo alla sinistra più estrema e che questa sua nuova natura metteva gli associati in una posizione di non terzietà.”

PM – Che cosa determinò l’ipotetica rottura tra le correnti estremiste terroriste della sinistra e Magistratura Democratica?

L’occasione della rottura arrivò con un piccolo episodio. Il 30 ottobre 1969 Francesco Tolin scrisse sul settimanale “Potere Operaio”, di cui era direttore, un articolo che fece scalpore: “un inno alla violenza operaia”.

PM – E quali furono le conseguenze per il Tolin in seguito a quell’articolo?

Per quel pezzo venne condannato a diciassette mesi di carcere. E il mondo di Magistratura Democratica si divise: la parte moderata difese la sentenza, quella meno moderata riteneva invece inaccettabile punire il direttore di un giornale di sinistra per un reato di opinione. Alla fine i primi decisero di uscire dall’associazione accusando i colleghi di essere “schiavi dell’ideologia sessantottina “; provarono a dar vita a una vera e propria scissione, ma non ci riuscirono. Due anni dopo, la linea della via politica venne esplicitata in un documento presentato da tre colleghi, Luigi Ferrajoli, Salvatore Senese e Vincenzo Accattatis. Un testo storico, intitolato “Per una strategia politica di Magistratura Democratica”:

PM – Quali erano le direttive politiche per Magistratura Democratica contenute in quel testo di Ferajoli?

“si chiedeva esplicitamente di “organizzarsi come componente del movimento di classe”, di dare vita a una “giurisprudenza alternativa che consiste nell’applicare fino alle loro estreme conseguenze i principî eversivi dell’apparato normativo borghese” e di lavorare tutti insieme per avviare una pratica capace di sintetizzare la voglia dei magistrati di fiancheggiare la battaglia politica con gli strumenti della giustizia: “l’interpretazione evolutiva del diritto”. 

PM – Che cosa intende per interpretazione evolutiva del diritto? Ci furono fatti consecutivi che furono l’esatto riflesso di questa reinterpretazione da parte di Magistratura Democratica?

Nei primi anni Ottanta le cose, come ho detto, erano cambiate parecchio. Gli anni di piombo, il periodo durante il quale si passò rapidamente dall’estremismo della dialettica politica e parapolitica al terrorismo, all’eversione, allo stragismo, alla strategia della tensione (ricordo ancora l’impressione procuratami nel 1981 dal film di Margarethe von Trotta che da quella stagione prende il titolo), stavano finendo.

Comprensibilmente, nel frattempo, c’era stato l’ampliamento dei poteri delle forze dell’ordine con le leggi Reale del 1975 e Cossiga del 1980, ampliamento suffragato dal trionfante esito del referendum popolare del 1981. Del resto nel 1969 avevamo vissuto la strage di piazza Fontana, nel 1978 l’assassinio di Aldo Moro, nel 1979 quello di Guido Rossa e del mio compagno di lavoro Emilio Alessandrini, tra l’80 e l’81 la strage della stazione centrale di Bologna, l’assassinio di Vittorio Bachelet e dell’altro mio collega Guido Galli e, nel Veneto, l’uccisione del commissario Albanese e del direttore del Petrolchimico di Marghera Sergio Gori e il sequestro del generale americano Dozier, tanto per citare alcuni dei casi più celebri.

PM – Magistratura Democratica poteva essere preoccupata per le indagini e per la possibilità che queste fossero indirizzate anche verso il mondo della magistratura?

Magistratura Democratica si era accorta che l’acceso, spesso inconsulto, qualche volta criminale attivismo sociopolitico di quelle confuse aree di estrema sinistra cui molti facevano riferimento poteva, nel guazzabuglio venutosi a creare, essere pericolosamente oggetto di sospetti, di investigazione e di denunce penali.

PM – C’è qualche fatto particolare che lei ricorda e che ci può segnalare che entra nel merito dei collegamenti tra organizzazioni eversive e i giudici di Magistratura Democratica?

“Ricordo, ad esempio, che nel gennaio 1980 era stata formulata un’interpellanza urgente di Claudio Vitalone (più una ventina di senatori democristiani) al ministro di Grazia e Giustizia per sapere se rispondesse al vero la voce che durante una perquisizione disposta dalla procura di Roma nell’ambito di indagini relative alla morte a Segrate dell’editore Giangiacomo Feltrinelli fosse stato rinvenuto un atto da cui emergevano precisi collegamenti tra organizzazioni eversive e membri di Magistratura Democratica al fine di concertare l’approccio giusto per alcuni processi. 

PM – Le indagini portarono ad un esito positivo? Si riscontrarono collegamenti con Magistratura Democratica?

Il fascicolo fu archiviato nel 1982, ma solo dopo grande clamore mediatico e pesanti vicissitudini processuali per i magistrati di Magistratura Democratica che risultarono coinvolti.

PM – Ha altri esempi di casi da riportare e sottoporre alla nostra attenzione o quello fu un caso sporadico?

Altro esempio quello del “processo 7 aprile”. Lo ricordate?

PM – No al momento ci sfugge, ma prego, dica pure.

È il processo del cosiddetto “teorema Calogero”, per cui, nell’aprile del 1979, finirono in carcere Toni Negri, Emilio Vesce, Oreste Scalzone e altri. Le assoluzioni furono molte.

PM – Quale fu la reazione degli esponenti di spicco di Magistratura Democratica?

Nel 1982, in “Critica del diritto” numero 23, Luigi Ferrajoli commentò: “Questo processo è un prodotto perverso di tempi perversi e resterà come un sintomo grave e allarmante di arretratezza medievale della cultura giuridica della sinistra che a esso ha dato mano e sostegno”.

PM – Lei Dott. Piero Tony si è fatto un’idea di quanto accaduto in quel contesto giudiziario?

Sono convinto, come altri, che proprio il “processo 7 aprile” fu l’ultima goccia che fece traboccare un calice di paura e, di conseguenza, fu la causa della svolta di Magistratura Democratica.

PM – Intende forse una sorta di resipiscenza intesa come ravvedimento degli errori commessi in passato da Magistratura Democratica?

Resipiscenza? Mah! Di certo era cambiato qualcosa che aveva determinato un mutamento di rotta: non più solo lotta di classe, ma anche, e soprattutto, lotta per le garanzie. Sì, proprio garantismo. Ma il garantismo, ahimè, durò poco. E oggi non faccio fatica a dire che, purtroppo, credo sia estraneo al Dna di Magistratura Democratica. Perché il garantismo attiene alla persona e Magistratura Democratica s’interessa, invece, ai fenomeni, ai determinismi sociologici, alle classi, alle masse. Perché garantismo e sospetti sono tra loro incompatibili e Magistratura Democratica non sa rinunciare ai sospetti, lo si evince dalla storia giudiziaria dei suoi membri. Magistratura Democratica dimentica che non a caso il codice (articolo 116 disp. att. c.p.p.) usa le parole “sospetto di reato”… solo per le autopsie.

PM – A proposito di sospetti e di gogna della magistratura, le dice nulla il nome Michele Coiro ex Procuratore della Repubblica di Roma? All’inizio del dibattimento, quando ha affermato che “altri ci sono passati prima di lei”, forse, alludeva a questo suo collega?

Ho letto da qualche parte che il povero procuratore della Repubblica di Roma Michele Coiro – uomo probo e mite morto d’infarto nel 1997, e nell’ultimo periodo della sua vita schiacciato dai sospetti che un’inchiesta milanese palesava nei suoi confronti solo sulla base, pare, di una domanda al massimo inopportuna da lui formulata a un collega – usasse dire, pur appartenendo a Magistratura Democratica come i magistrati che lo inquisivano, che “il moralismo di sinistra era venato di sospetti la peggiore categoria mentale figlia di Magistratura Democratica”.

PM – Dott. Piero Tony, ci dica, oggi, come vede la magistratura italiana? Che cosa ne è rimasto?

La situazione di oggi è questa, una magistratura corporativa e politicizzata, vistosamente legata ai centri di potere, che non urla per protestare contro un sistema che l’ha resa inutile, ma anzi continua a opporsi in modo sistematico a qualsiasi progetto di riforma dell’esistente. È probabilmente l’effetto del piccolo cabotaggio delle varie campagne elettorali, attente più agli indubbi privilegi di categoria, compresi quelli economici, che ai modi per sanare un sistema spesso inefficiente.

PM – Davvero lei lo ritiene solo come un “piccolo cabotaggio”?

Piccolo cabotaggio che però non impedisce – soprattutto per quell’assenza di complessi sottesa a una politicizzazione così anomala – di agire e pontificare non solo in casa propria, ma in relazione a buona parte dei grandi temi politici nazionali e internazionali senza tema di essere apostrofati con un “taci, cosa c’entri tu?”. È questo che ha portato la giustizia, e non solo Magistratura Democratica, a ritenere di avere una singolare missione socioequitativa realizzabile non con la difesa dei più deboli, ma con l’attacco ai più forti. È come se a un tratto, in mancanza di alternative di governo, una parte della magistratura avesse scelto di perseguire attraverso la via giudiziaria l’applicazione del socialismo reale. 

PM – Ma non ritiene che, se veramente così fosse, salterebbe tutto il sistema giudiziario italiano? Non ritiene che Verrebbe meno il principio di terzietà e garantismo perché nessuno sarebbe più uguale davanti alla legge e dunque verrebbe meno anche uno dei principi sanciti dalla nostra Costituzione? Se così fosse, vorrebbe dire che chiunque potrebbe essere perseguito giudiziariamente solo per un pensiero politico diverso e condannato sulla base di una sentenza politica. E’ questo che ci sta dicendo? Perché se è questo è gravissimo!!!

Sono saltati i confini tra la politica e la magistratura. E’ saltata la distinzione dei ruoli. Oggi è solo tautologia dire che la magistratura è partitizzata, non si tratta di un’opinione, è un dato di fatto. Esistono le correnti. Esistono i magistrati che professano in tutti i modi il loro credo politico. Esistono grandi istituzioni, come il Csm, dove si fa carriera soprattutto per meriti politici. E francamente non riesco a criticare fino in fondo chi sostiene che con una magistratura così esista il rischio che le sentenze abbiano una venatura politica. È un dramma, negarlo sarebbe follia.

PM – Dott. Piero Tony, le sue affermazioni ci riportano alla memoria i fatti di Tangentopoli, mani pulite e l’immagine di un magistrato che ora fa il politico di professione. 

Vogliamo ricordare i tempi di Tangentopoli? Qui c’è un prima e c’è un dopo. Il prima è la fase della contemporaneità, quando noi di Magistratura Democratica abbiamo pensato che finalmente ce l’avevamo fatta, che finalmente la giustizia non era più soltanto uno strumento nelle mani dei potenti e a difesa dei potenti, ma era uno strumento con cui costringere anche i potenti al rispetto della legge. Poi, anni dopo, è divenuto chiaro ciò che realmente era successo.

PM – Ecco, se può, ce lo spieghi il più possibile nel dettaglio. Che cos’è stata Tangentopoli?

Tangentopoli non è stata soltanto una grande azione di pulizia etica, diciamo così, ma l’occasione in cui, in nome della battaglia contro i potenti, sono emersi i nuovi potenti, i nuovi giacobini, quelli che per la loro un po’ eccessiva e un po’ disinvolta veemenza investigativa costrinsero il legislatore a modificare l’articolo 274 del codice di procedura penale aggiungendo in precisazione una cosa ovvia che dovrebbe marcare il Dna di ogni magistrato imparziale (e informato sul diritto al silenzio notoriamente assicurato all’interrogato dall’articolo 64 del codice di procedura penale):

PM – Ci sta forse parlando di inquinamento di prove processuali architettate ad hoc da Magistratura Democratica e da certi giudici?

Le situazioni di concreto e attuale pericolo [di inquinamento probatorio, per capirci] non possono essere individuate nel rifiuto della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato di rendere dichiarazioni né nella mancata ammissione degli addebiti”. Era già accaduto con l’articolo 291 del codice, dove era stato necessario aggiungere che, nella richiesta al gip di misura cautelare, il pm deve presentare “gli elementi su cui la richiesta si fonda nonché tutti gli elementi a favore dell’imputato e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate”

Nota di approfondimento: (precisazione resa necessaria dall’accertata prassi dei pm, davvero costituzionalmente disorientata, di far conoscere al gip solo gli atti a favore dell’accusa, e che già nel 1999 aveva costretto il legislatore a riformulare addirittura l’articolo 111 della Costituzione in quanto, con sentenza 361/1998, la Corte Costituzionale aveva ritenuto utilizzabili contro l’imputato dichiarazioni da lui rese nel suo procedimento o in procedimenti contro altri – articolo 210 c.p. – al di fuori di ogni qualsiasi contraddittorio).

PM – Possiamo dire che le ragioni per cui nacque il pool Mani Pulite rientrano nella sfera di ambizione personale di certi Magistrati suoi colleghi? Fu per loro una sorta di trampolino di lancio per garantirsi l’ingresso in politica e per arrivare a ricoprire  cariche politiche nei partiti di sinistra?

È sempre per le stesse ragioni che alcuni membri del pool di Mani Pulite hanno incrociato la strada della politica. Penso a un magistrato che, dopo quell’esperienza, divenne ministro dei governi Prodi nel 1996 e nel 2006, e alleato del centrosinistra in tutte le elezioni politiche fino al 2008. Penso a un magistrato che nel 2006 fu eletto senatore nella lista dell’Ulivo. E penso a un altro magistrato, quello del “resistere, resistere, resistere”, che scese in campo, diciamo così, per sostenere la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico. Eccoli i risultati di una politicizzazione spinta: inchieste condotte a furor di popolo in quanto sostenute, a prescindere, dai media e dall’opinione pubblica; magistrati sempre indaffarati, con il cellulare all’orecchio e lo sguardo di chi farà giustizia… e magari nelle frettolose retate viene calpestata ingiustamente qualche vita; trionfo del Cencelli negli organigrammi delle procure; correnti ormai votate più a ottenere riconoscimenti che a dibattere sulle necessità giudiziarie per far crescere una sana cultura di giurisdizione; ascesa di alcuni magistrati – sparuta minoranza, per fortuna – ormai geneticamente modificati dalla convinzione che, spesso, per raggiungere un determinato ruolo conta più chi ti propone di ciò che tu stesso hai fatto per guadagnartelo; magistrati che passano mesi in campagna elettorale, mesi a promettere cose che poi dovranno mantenere quando raggiungeranno un obiettivo.

PM – Intende dunque dire che Magistratura Democratica ha come fine proprio quello di essere un potenziale trampolino di lancio nella politica di sinistra e che dunque è assoggettata formalmente alla sua guida come contropotere di opposizione a governi o politicanti non graditi?

E’ ovvio che qualcuno lo pensi, basta mettere insieme i pezzi per capire che talvolta l’azione della magistratura possa nascondere un fine legato non solo al rispetto della legge, ma anche a un’idea della politica. Attenzione, non mi riferisco a complotti o ad altre ingenuità del genere. Qui si tratta proprio di un problema di metodo, individuale. Non esistono complotti, esistono atteggiamenti, che a volte possono essere più o meno diffusi, e questi atteggiamenti spesso presentano lo stesso problema: “la legge non è uguale per tutti, ma è più severa con chi non la pensa come te?”

PM – Dunque in realtà possiamo affermare che molte sentenze non sono state altro che accanimento politico da parte di Magistratura Democratica?

Si tratta di accanirsi su una persona, o di utilizzare con questa metodi che non useresti con altri, solo perché ciò ti fa sperare in un ritorno d’immagine. 

PM – La domanda che ora mi sorge spontanea è la seguente. La stessa cosa è valsa anche per Silvio Berlusconi? Varrà dunque per chiunque non sarà di sinistra e potrà trovarsi malauguratamente al governo?

Non entro nel merito dei processi, che non conosco, non ho titolo per farlo, ma mi sento di affermare senza paura di essere smentito che se Berlusconi non fosse entrato in politica non avrebbe ricevuto tutte le attenzioni giudiziarie che ha ricevuto. Anche nel caso Ruby, che in linea teorica avrebbe dovuto essere un ordinario processo di concussione e prostituzione minorile, è evidente che l’ex presidente del Consiglio ha avuto un trattamento speciale.

PM – Qual è il suo rammarico Dott. Piero Tony?

Mi rammarico di non capire fino in fondo con quale faccia e credibilità, in tutti questi anni, amici e colleghi abbiano non di rado usato la magistratura come un trampolino da cui lanciarsi per entrare in politica o ottenere incarichi utili e di prestigio.

PM – Ne ha visti tanti di Magistratura Democratica passare ad incarichi prestigiosi?

Ne ho visti e ne vedo anche oggi: candidati presidenti di regione, presidenti del Senato, ex candidati alla presidenza del Consiglio, candidati sindaci, assessori, ministri. Ma come si fa? Non si capisce che utilizzare la propria dote giudiziaria per fini politici rappresenta un danno di immagine per tutta la magistratura? Non si capisce che, una volta che si diventa di parte, viene considerato, o rischia di essere considerato, di parte tutto quello che si è fatto fino a un attimo prima con la toga sulle spalle? Non si capisce che far diventare di parte anche un solo processo significa dare l’impressione che tutta la magistratura sia di parte? Che mettere la legalità a servizio di una parte politica equivale a dire che chi sta dall’altra non rappresenta la legalità? E non si capisce, infine, una cosa banale, e mi verrebbe da dire drammatica, una questione che, se vogliamo, c’entra, ancora una volta, con la parola legalità. Sia chiaro, non voglio pensare che sussista il delitto di abuso d’ufficio (articolo 323 c.p.) solo perché la Costituzione impone al magistrato indipendenza, imparzialità e soprattutto terzietà (articoli 25, 101, 102, 104, 107, 108, 111), ma per lo spirito – solo lo spirito – di codeste norme non si potrebbe pensare che un magistrato che usa la propria carriera per mettersi in politica, o anche solo per fare politica, sia un magistrato che abusa del proprio ruolo e se ne infischia della parola terzietà? Non puoi essere terzo oggi e schierarti per una parte domani. Non devi farlo e non dovrebbe esserti consentito.

PM – Eppure ci sono Giudici e Procuratori che lo fanno ancora oggi senza farsi troppi scrupoli, ma soprattutto senza tener conto che l’opinione pubblica non è indifferente. 

Se lo fai, commetti un errore. Hai abusato della visibilità del tuo ufficio, vivaddio, e in questo modo insinuerai nella testa dei cittadini l’idea che il magistrato terzo sia l’eccezione, non la regola.

PM – Credo sia appunto questo il dramma che oggi si manifesta nel nostro paese. Una Magistratura che ha perso di credibilità e che è l’esatto riflesso della perdita di credibilità della sinistra in generale. 

Sì, è davvero un dramma….  Così non va e non è possibile che non si cambi. Lo dico forte della certezza che si tratta di poche mele marce. Forte del fatto che, come me, la stragrande maggioranza dei colleghi ha sempre evitato non solo l’utilizzo della visibilità istituzionale a fini politici, ma qualsiasi rapporto potesse far sospettare la possibilità di un trattamento vantaggioso perché legato alla funzione. Io, per capirci, come quella stragrande maggioranza, l’automobile l’ho sempre comprata da chi non mi conosceva.

PM – A suo avviso, quali potrebbero essere le potenziali soluzioni a questo enorme problema di cui, almeno per il momento pochi cittadini sono a conoscenza?

Ecco. Basterebbe far perdere alle correnti ogni valenza diversa da quella culturale. Basterebbe adottare nuovi criteri per la selezione del personale. Basterebbe premiare i bravi, non i raccomandati. Basterebbe far entrare un po’ di merito nel nostro mondo. Basterebbe far sì che l’appartenenza alle correnti cessasse di essere conveniente, per dirne una, sorteggiando i consiglieri del Csm e non più eleggendoli seguendo la logica del Cencelli dopo più o meno abili campagne elettorali. Basterebbe così poco, ma nessuno lo fa. E di fronte a questa situazione c’è solo da dire: scusate davvero, ma io non ci sto.

PM – Fine del dibattimento

Attendiamo nei commenti le conclusioni della giuria popolare

#IoSonoItalia

Nota: le frasi contrassegnate da  *** sono frasi di fantasia, ma corrispondono comunque a verità.

Nota: Tutte le risposte del Dott. Piero Tony sono state riprese tal quali dal suo libro “Io non posso tacere: Confessioni di un giudice di sinistra.” Libro che vi consiglio vivamente di leggere e che potete acquistare anche nel comodo formato ebook al link allegato.

Nota: Il testo non è stato modificato nel contenuto e nel suo significato come nella sua veridicità. Il mio intento è stato solo quello di renderlo più intrigante e appassionante trasformandolo in un racconto in stile interrogatorio e inserendo domande che potessero essere il più possibili attinenti al testo del Dott. Piero Tony. L’interrogatorio dunque non c’è mai stato, è solo frutto della mia fantasia, come del resto avrete compreso che io non posso di certo essere un Pubblico Ministero.  Spero sinceramente che vi sia piaciuto e di essere riuscita nel mio piccolo a trasportarvi con l’immaginazione in una delle realtà più scabrose del nostro paese.

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