MAGISTRATURA AL VELLUTO ROSSO E COL PUGNO ALZATO. cap. 1

L’articolo 3 della Costituzione italiana afferma che:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

L’Articolo 104 afferma che: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.

Ma che cosa potrebbe accadere se si scoprisse che buona parte della magistratura italiana, in realtà,  rappresenta una sorta di contropotere? che cosa accadrebbe se si scoprisse che la magistratura sposa esattamente le cause della sinistra e negli anni è diventata parte attiva di una certa politica e soprattutto di un certo pensiero politico? Chi la pensa diversamente da quel pensiero politico o peggio chi si oppone con determinazione alle faccende della sinistra potrebbe ancora in questo paese sentirsi al sicuro e uguale di fronte alla legge?

1511421545-toghe-lapresse

Molte volte è capitato che un chirurgo facesse operare un proprio parente o il proprio figlio da un collega. Questo capitava perché il chirurgo, in quel momento, si sentiva nell’obbligo morale prima che deontologico di garantire il miglior risultato al paziente e di conseguenza al proprio figlio. Essendoci un legame emotivo tra i due, veniva a crearsi il così detto “transfert”, ossia quella condizione di emotività che poteva compromettere l’obiettività nonché la capacità del chirurgo e quindi, di conseguenza, anche la buona riuscita dell’operazione stessa.  Converrete che dover operare un ragazzo in pericolo di vita a seguito di un incidente è una cosa di routine per un chirurgo il quale è tra le altre cose consapevole che potrebbero subentrare complicazioni e quel ragazzo potrebbe morirgli durante l’intervento. Ma se su quel tavolo della sala operatoria ci fosse suo figlio? Non credete anche voi che le cose sarebbero estremamente diverse?

Sapete perché tutto ciò accade? Sapete perché il chirurgo può esimersi dall’operare il proprio figlio? Perché il buon chirurgo, oltre ad essere un buon professionista, capace, ha evidentemente conservato ancora la consapevolezza di essere UMANO. Il buon chirurgo deve riuscire ad essere consapevole dei propri limiti umani ed è grazie a questa consapevolezza che in quel contesto estremamente critico emotivamente riesce a comprendere che fare operare il figlio da un collega è la soluzione migliore e che offre maggiori garanzie di riuscita.

Ma un giudice, ricuserebbe se stesso perché coinvolto emotivamente o politicamente nei confronti di un potenziale indagato? E in giudizio, potrebbe emettere una sentenza scevra da ogni pregiudizio politico nei confronti dell’imputato se lo stesso giudice sposa precise cause politiche che entrano in netto conflitto con quelle dell’imputato? La sua UMANITA’ lo porterebbe a comprendere che forse sarebbe meglio che se ne occupasse un altro giudice non coinvolto politicamente?

Mi direte voi, ma che diamine c’entra il paragone tra la chirurgia e la magistratura che sono professioni estremamente differenti?

C’entra eccome! C’entra perché in entrambe le professioni l’integrità morale, l’obiettività, la professionalità e soprattutto l’umanità dell’uomo chirurgo come dell’uomo giudice determineranno la buona riuscita di qualcosa o il suo fallimento. Determinano la riuscita o quel fallimento che avranno sempre un riflesso estremamente pesante sulla vita di qualcuno e tutto ciò indipendentemente dal fatto che finisca sotto ai ferri o in un aula di tribunale.

Ecco, forse con l’unica differenza che se un chirurgo sbaglia, paga personalmente e va in galera, ma se a sbagliare è il giudice, non gli succede assolutamente niente. E questo già dovrebbe dirla lunga sulla consapevolezza del potere della magistratura nel nostro paese. 

Ora….Se la domanda è:

“Può un chirurgo operare con obiettività un proprio caro in pericolo di vita?”

L’altra domanda che nasce spontanea è:

“Può un giudice legato a certa politica giudicare con obiettività questioni che politicamente entrano in netto contrasto o addirittura combattono la linea di pensiero politica del un giudice stesso?”

Fatevi queste semplici domande:

“Voi vi sentireste sicuri a farvi operare da un chirurgo con le mani tremanti perché  in quella circostanza è emotivamente coinvolto?” (Nel caso del chirurgo avreste facoltà di scegliere eventualmente un altro chirurgo)

“Voi vi sentireste garantiti dalla figura di un giudice allineato ad un certo pensiero politico e che potrebbe quindi essere assoggettato a pregiudizio nei vostri confronti? (Nel caso del giudice vi beccate quello che vi è stato “assegnato” e non potete cambiarlo)

Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini qualche tempo fa in occasione dei fatti legati all’inchiesta folle che lo ha visto indagato per sequestro di persona, ha parlato di magistratura politicizzata.

In diretta video su Facebook lo abbiamo sentito dire queste parole:

“Per carità di Dio, non ce l’ho con i magistrati, come non ce l’ho con i dentisti o i tassisti. Se un tassista ti frega, non vuole dire che tutti ti fregano. Ma che ci sia qualche magistrato con chiare ed evidenti simpatie politiche non svelo il mistero di Fatima”.

Su Twitter invece avrebbe poi scritto quanto segue:

“Magistratura Democratica sposa la campagna pro-immigrazione insieme, tra gli altri, a Ong, Arci, Potere al Popolo, Rifondazione comunista e coop varie (compresa la Baobab Experience dove si erano rifugiati gli sbarcati della Diciotti). Poi quello accusato di ledere l’autonomia dei magistrati sono io”.

Le affermazioni del Ministro dell’Interno Matteo Salvini avrebbero in seguito acceso una accesa polemica oltre a parecchia indignazione sul versante delle opposizioni di sinistra. Ancor di più all’interno della magistratura stessa. Tali dichiarazioni infatti sottintenderebbero una connivenza tra il mondo politico e la magistratura italiana. Un gravissima accusa sulla quale lo stesso Matteo Salvini è stato evidentemente invitato a smorzare i toni.

Le domande che mi sono posta sono le seguenti:

Perché il Ministro dell’Interno è stato costretto a smorzare i toni? Il problema che nasceva in modo consecutivo alle sue affermazioni forti potevano sfociare in problematiche di ordine pubblico? Ma è davvero così grave pensare che la magistratura possa essere politicizzata?

Ma fate molta attenzione perché il Ministro Salvini in quel contesto chiaramente di sfogo istituzionale e personale, ha aggiunto un termine alla parola Magistratura a cui molti non hanno evidentemente fatto attenzione. Ha aggiunto il termine “Democratica”.

E beh, e che cosa ci sarà mai di strano direte voi? Ci mancherebbe altro che la magistratura non fosse democratica e quindi con assoluto garantismo ed equità giudicasse chiunque si ritrovasse in un’aula di tribunale civile o penale.

Eh no signori! Perché dire “Magistratura” è una cosa, ma nominare “Magistratura Democratica” significa rimandare l’attenzione su un argomento assai scabroso del nostro paese e del quale nessuno ha mai amato parlare per il timore di ripercussioni. Nominare Magistratura Democratica significa davvero canalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul contenuto del vaso di Pandora della magistratura italiana, qualcosa che se apri, ne subisci anche le conseguenze. Significa aprire la visione su un mondo della magistratura di cui la gente comune non è a conoscenza a meno che non rientrino nella categoria degli addetti ai lavori in qualche tribunale.

Ecco perché io sono qui a scriverne. Ecco perché nonostante mille remore e paranoie che mi sono fatta in questi giorni, alla fine sono giunta alla conclusione che è il caso di parlarne e far capire anche alla gente comune come stiamo messi a livello di giustizia in questo paese; perché come insegna la mia Oriana:

“Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.”

Quindi cari amici lettori, armatevi di santa pazienza perché le cose che vi scriverò, non le leggerete mai sui giornaletti imbeccati dalla sinistra. Con una serie di articoli ci addentreremo insieme nell’oscurità del mondo della Magistratura Democratica. Parleremo di Magistratura di sinistra, di toghe in velluto rosso, di contropotere, di lotta di classe, di marxismo giudiziario, di Autonomia e indipendenza, di Resistenza costituzionale e poi di quella tanto amata ma esautorata Costituzione, o per meglio dire quel che ne rimane.

Penso che noi tutti in un paese normale, dovremmo essere propensi a credere nella legittimità e correttezza della giustizia italiana, nell’integerrima reputazione della magistratura e dei giudici. Abbiamo ancora il ricordo acceso nei nostri cuori della tragica fine di Falcone e Borsellino, il cui assassinio rimarrà come una ferita indelebile nella nostra memoria. Due giudici poco graditi alla sinistra, in particolare Falcone, perché aveva avviato indagini oltre che sulla mafia anche sul Partito Comunista Italiano e sul fiume di denaro che circolava in Via delle Botteghe Oscure 4 a Roma sede storica del PCI.

Credo sia bene far sapere a tutti che Falcone non era un giudice che aveva aderito a Magistratura Democratica, tanto che nel 1991 quando accettò l’invito del ministro Martelli a ricoprire l’incarico di direttore degli Affari penali in via Arenula e da quelle postazione mise mano al progetto di una procura nazionale antimafia fu infamato a morte. Magistratura Democratica,unitamente al PCI e a personaggi come Leoluca Orlando gli dichiararono guerra aperta al fine di screditare la sua immagine di magistrato e uomo. Sui giornali e nei talk show Falcone veniva descritto come un esaltato, un folle e le attività della procura nazionale come un male assoluto. Una sorta di “Vade Retro Falcone” che sicuramente vi suonerà più famigliare.

Ma vediamo di capire come nasce Magistratura Democratica.

Magistratura Democratica nasce nel 1964 come una vera e propria congrega massonica, una sorta di setta del potere, coagulando intorno a sé magistrati di sinistra, progressisti e di recente i liberisti. Tutti gli adepti erano particolarmente motivati dall’affermazione della loro piena autonomia, dell’indipendenza e del potere dell’ordine giudiziario anche come potenziale contropotere al potere politico di eventuali governi sgraditi a Magistratura Democratica. Ma ecco che il 30 novembre 1969 la componente moderata si dissocia accusando i giudici di sinistra di essere troppo sbilanciata a favore dei nuovi movimenti operai e studenteschi sorti nel ’68. L’Italia fu un caso eccezionale dato che solo nel nostro paese i movimenti eversivi di estrema sinistra trovarono un appoggio nella più conservatrice delle corporazioni, appunto Magistratura Democratica. Da segnalare la relazione del giurista Tarello, il quale già ai tempi evidenziava come la componente politica a cui era assoggettata Magistratura Democratica portasse a favorire una dipendenza e un controllo della magistratura stessa. Intorno all’uso alternativo del diritto per fini politici si giocava una scelta di campo di dimensioni storiche, perché per la prima volta una parte consistente (e soprattutto ben attrezzata culturalmente) della burocrazia statale si stava schierando per un versante politico, sentendosene pienamente partecipe. Secondo gli stessi principi venivano cresciuti i futuri adepti nelle università italiane. A quel punto la strada era a senso unico, la scelta per un magistrato era aderire e far parte del sistema venutosi a creare o diventare un emarginato nel sistema stesso con difficili possibilità di carriera nel mondo della magistratura. La meritocrazia divenne un difetto, la fedeltà alla congrega divenne uno dei pregi più importanti. L’idea di terzietà e indipendenza di un giudice era finita, non era più importante, così come l’Art. 3 della nostra Costituzione perse ogni valore.

La legge non fu più uguale per tutti come la Costituzione prescriveva, perché non tutti furono più uguali davanti alla legge.

Per alcuni si poteva chiudere un occhio, per altri diventava legittima la crociata giudiziaria, la persecuzione per raggiungere l’occasione di avere il proprio nome e cognome su un articolo di giornale sul quale veniva annunciata la punizione esemplare per tizio o caio che si erano messi contro al sistema. Una vergogna assoluta che è arrivata fino ai nostri giorni senza che mai nessuno potesse obiettare, senza che nessuno vi si potesse opporre, pena l’essere perseguiti per vilipendio all’ordine giudiziario. Come vedete le hanno pensate proprio tutte.

Il caso Salvini/Diciotti e la folle azione giudiziaria promossa nei suoi confronti non è altro che un esempio eclatante di un sistema giudiziario compromesso nella sua terzietà,  un sistema giudiziario connivente oltre che complice di certa politica. Un sistema giudiziario che per certi versi protende ad entrare in conflitto con i principi di democrazia stessa.

In un paese dove di problemi ne avevamo già abbastanza, dove la sinistra per decenni ha condito la fame e la miseria con la menzogna, ci mancava solo di scoprire che non abbiamo facoltà di scelta, non abbiamo facoltà di decisione perché, da un momento all’altro, una congrega di giudici dalla toga in velluto rosso e il pugno alzato potrebbero decretare la fine di una figura politica eletta legittimamente dal popolo e del governo che rappresenta.

Allora vien da chiedersi quanto questo popolo sia rimasto sovrano nel nostro paese. Quanto questo popolo ha ancora voce in capitolo se ancora oggi permettiamo che tutto ciò avvenga? Una riforma forse sarebbe l’unica soluzione possibile per riportare l’ordine e la giustizia nel nostro paese.

Nota: Nel prossimo articolo una testimonianza importante di un Giudice che è appartenuto a Magistratura Democratica e ne è uscito per lo schifo di quanto ha visto. Ha abbandonato la carriera stessa di giudice ben prima del tempo, perché uscire da Magistratura Democratica significava avere tanti, troppi nemici che ancora oggi non gli danno pace.

prossimo articolo >>>>

#IoSonoItalia

 

4 pensieri riguardo “MAGISTRATURA AL VELLUTO ROSSO E COL PUGNO ALZATO. cap. 1

  1. Ho letto tutto e pur conoscendo abbastanza le nefandezze delle toghe rosse, non ho provato mai tanto disgusto, al pari di quei giudici che prendono le mazzette per aggiustare i processi. Dio salvi i magistrati per bene!!

    Piace a 1 persona

  2. Quello che affronti è un problema generale: esistono persone che utilizzano il proprio lavoro per sostenere una parte politica o l’altra. Giudici compresi.

    Altro caso è l’informazione. Quante notizie semi-vere – o semi-false a seconda della prospettiva – vengono distorte per interessi politici? Sempre più giornalisti stiracchiano le notizie per adattarle al loro pensiero politico.
    Esprimere la propria opinione attraverso un articolo di giornale può essere utile per il dibattito se e solo se gli avvenimenti di cui si tratta vengono prima descritti oggettivamente.

    Chiunque adatti la realtà alla propria agenda politica e non viceversa è un pericolo per i cittadini.

    Mi piace

    1. L’imparzialità intesa come terzietà di un giudice è fondamentale ai fini del principio di garantismo sancito dall’Art. 3 della nostra Costituzione. Mancando la terzietà del giudice manca il concetto di giustizia perché non vi sarebbe più equità, ma disuguaglianza.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...